Commissione dei Dodici: Mario Malossini nominato presidente

Questo articolo (fonte l’Adigetto) è uno dei tanti che hanno riportato la notizia della nomina di Mario Malossini alla Presidenza della Commissione dei Dodici.
“Stamattina Mario Malossini è stato nominato presidente della Commissione paritetica dei Dodici che, come si sa, è l’organismo deputato a concordare con lo Stato le norme di attuazione delle Autonomie di Trento e di Bolzano. In altre parole, per modificare i rapporti fra lo Stato e le autonomie, ci sono due strade.
Una è quella della legge costituzionale, mediante la quale lo Stato può prendere qualsiasi decisione anche da solo e persino contro la volontà delle autonomie. Strada peraltro difficile da attuare, perché – come abbiamo visto – mettere mano alla costituzione con la doppia approvazione bicamerale e la maggioranza qualificata, pare quasi impossibile senza l’accordo di tutti.
L’altra è quella della Commissione dei Dodici, nella quale vi sono rappresentanti del governo e rappresentanti delle due autonomie in ugual numero. Ciò che la Commissione approva ha quindi, in sostanza, il valore di una norma costituzionale. La parità dei membri che la compongono non dà per scontato mai nessun risultato e, per tradizione, il presidente viene scelto dallo Stato”
Come tanti cittadini comuni sono rimasta basita e disorientata dall’ennesima promozione dell’ennesimo personaggio politico, coinvolto in indagini e processi per reati riconducibili proprio alle sue funzioni e cariche istituzionali.
Mi è ritornata così in mente la famosa e discussa dichiarazione di Giuliano Ferrara durante un dibattito con Pier Camillo Davigo
“Nella politica italiana il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile; per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a far fronte, e dunque a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti”.
Ho cercato quindi di interpretare e analizzare, con i miei semplici mezzi, il modus operandi della nostra classe politica la quale sorprende e, sempre meno purtroppo, indigna l’opinione pubblica. Siamo realisti: davanti alla continuità storica della corruzione sistematica, una patologia del potere tutta italiana che perdura da più di un secolo, e che ha sempre goduto, in un modo o nell’altro dell’impunità, non si può nemmeno più parlare di questione morale. Ritengo, infatti, che sia riduttivo pensare la corruzione come una devianza del potere; in realtà, essa è una forma naturale di esercizio dello stesso, che gode dell’accettazione culturale della classe dirigente e della rassegnazione culturale delle altre classi.
La scala di valori varia notevolmente da una classe sociale all’altra come pure il senso del pudore e della vergogna, così accade che un codice comportamentale sia solo apparentemente o parzialmente condiviso da tutti gli strati della società. Diversi invece sono i segnali di approvazione o disapprovazione sociale, e il risultato è che un comportamento ritenuto riprovevole all’interno di un certo livello può essere invece giudicato normale, se non lodevole, all’interno di un altro.
Così può accadere che un politico o un imprenditore, colpevoli di corruzione o di reati finanziari, incontrino la solidarietà , la comprensione e gli attestati di stima assolutori da parte dei suoi simili e che un ladro particolarmente abile goda, nel suo ambiente, della stessa stima di un docente universitario. In altre parole quel che conta per il singolo non è il giudizio generale della società ma solo il giudizio della cerchia sociale di cui fa parte: solo su questo fonda la propria autostima e la propria reputazione sociale. Chi, come il comune onesto cittadino, pone al centro la questione morale pecca di grande ingenuità, usando il metro e i criteri di valutazione generali dà per scontato che alcuni valori siano intimamente condivisi da tutti gli strati sociali.
La sensazione però è che gli argini si siano rotti e che vi sia una progressiva accettazione culturale di comportamenti e devianze considerate, fino a pochi anni fa, inaccettabili. Lo stesso famigerato conflitto d’interessi è stato metabolizzato dalla società civile, e chi occupa i gradini più alti ha ormai la forza sociale e politica per trasformare in normalità e legalità quel che era considerato senza alcun indugio illegale o immorale.
